L’uomo e la natura

L’uomo e la natura

È tempo di svolta, proseguire per un altro percorso dai luoghi ancora sconosciuti. L’inizio è sempre un momento difficile, poiché stabilisce la rottura netta fra ciò che era e ciò che sarà, delimitando definitivamente il passato con quello che diverrai. Una delle paure più grandi nel uomo è quella di perdere le proprie radici, oltre a quella ormai tanto conosciuta di rimanere da soli.
L’uomo identifica nella famiglia le radici principali, poiché essa è base fondante di molte delle concezioni e limitazioni che lo accompagnano lungo tutto il percorso di crescita e sviluppo; in verità vi sono anche altre radici che si rifanno alla figura degli amici e degli amori.
Nei riguardi degli amici si nutrono fortissime sensazioni di ammirazione, devozione ma soprattutto fiducia e molto spesso quando tale radice si spezza per cause esterne, oppure perché ormai la linfa non scorre più fra le vene, ci si sente spezzati quasi a perdere foglie non per la stagione ma per la voglia umana di staccare foglie buoni e forti. Inizialmente il dolore risulta smisurato e piano a piano la radice, come il nostro cuore, si rimargina perché siamo fatti di energia e per tale ragione siamo in continuo moto interiore. Risultano però troppo semplicistiche questi parallelismi fra uomo e natura per capire come l’individuo possa superare questa paura di perdere le proprie radici, a fronte di questo credo che sia necessario riorganizzare il nostro sviluppo, riconsiderare il terreno sul quale ci stiamo sviluppando e facendo nascere le nostre radici; solamente comprendendo che è cambiando la direzione dei nostri rami che riusciremo a superare un distacco forzato oppure voluto.
Il discorso parrebbe cambiare quando si tratta di amori, in parte, le motivazioni possono risultare similari a quelle che portano alla fine di un rapporto amicale ma ciò che cambia è il dolore che si prova, in questo caso non si tratta di una foglia o di una radice, in verità è un vero e proprio sradicamento di un pezzo del tronco d’albero che con se porta via anche parte della corteccia. Rimaniamo quindi inermi e senza movimento alcuno, non riusciamo neppure a lenire il dolore del taglio-netto che ci lascia in balia degli agenti esterni che, come tempeste, picchiano sulla nostra pelle ormai esile ed orfana di una protezione.
Allora come fare in questo caso? È necessario aspettare molto tempo prima che una pianta di vent’anni possa riottenere gli stessi rami floridi e robusti. Lo stesso tempo che servirà alle stagioni per ritemprare nuovamente la nostra fragile pelle, al fine di rinvigorirla e segnarla nuovamente con i suoi ammacchi, muffe, strappi, rigonfiamenti…insomma ricostruirsi.
La mia domanda è ora come possiamo noi capire che sarà per la maggior parte il tempo a guarire questo male che ci brucia dentro? Come siamo in grado di calmarci mentre vediamo solamente il crollo delle nostre certezze? Quale potere dobbiamo chiedere allo stregone saggio e burbero, per far sì che questo incubo svanisca?
Vorrei poter avere la formula magica che possa cucire in fretta quella ferita che continua a perdere linfa vitale, la stessa che si è accumulata e mantenuta con i sorrisi, gli abbracci, i baci e la felicità della condivisione. Appare un pensiero da illuso, credere che con un semplice incantesimo si possano sistemate tutte le cose per ritornare ad essere un po’ più felici e sereni e soprattutto per continuare ad ingrandirci per le querce secolari che ci apprestiamo a diventare.
Dopotutto non posso far altro che guardare il flusso scorrere con la consapevolezza che solo alla fine, quando orami sarò saggio e stanco dalle troppe tempeste e dalle giornate di sole afoso, che conterò quanti cerchi della vita ho guadagnato e sono presenti nel mio tronco.

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